Disegnare la realtà mi rilassa.

Torino, al mattino presto, è fantastica.
Ma niente a che vedere con la Torino del tardo pomeriggio. La conosco meglio perchè la vivo di più; ma forse sono solo influenzata dalla presenza delle papere lungofiume. Vengono trascinate dalla corrente e volano solo per riacquistare la loro posizione…mi piacciono perchè il loro becco conferisce loro un’aria viziata e arrogante. E il color smeraldo che di tanto in tanto sbrilluccica di sole sul fianco è come se avesse una sfumatura d’intelligenza.

Credo d’affezionarmi alle cose in coppia. Parlo degli oggetti. Come se non fossero fatti per stare da soli, bensì aumentassero la propria energia e significato accostandosi a qualcos’altro. Ed è per questo che non riesco mai a separare nulla.
Come quella coppia d’orecchini diversi – una chiave ramata e un finto teschio azteco – o il coniglietto di pezza e l’anellino d’argento, oppure il moschettone lucido e quel vecchio paio di pantaloni usati. Alcuni oggetti si incontrano e formano qualcosa di diverso, inventano assieme una storia propria. Sarà per questo che l’altra mattina avrei voluto prendere quel quadrifoglio essiccato e perfetto e avvolgerlo in un fazzoletto oppure infilarlo tra le pagine di un altro libro di dimensioni più contenute, ma non sono riuscita: le pagine di Fitzgerald non avevano voluto lasciarlo. L’avevano tenuto così stretto che, in qualche modo, ne avevano assorbito l’anima verde. Si trattava di un inquilino d’eccezione, perfettamente integro tranne che per un piccolo morso sul petalo sinistro in alto, col lungo stelo allineato senza pieghe, che esplodeva nelle piccole foglie come un fuoco d’artificio.
Liscio ed impettito e un pò ingiallito, con una sfumatura simile alle pagine di quel libro malinconico.
Come avrei potuto separarli? Probabilmente il quadrifoglio deve proprio a quelle pagine la sua sicurezza di esistenza compressa. Non credo fosse stata una fortuna mia, l’averlo trovato  in un mercatino di Firenze di libri usati, bensì una sua volontà: magari i quadrifogli son fortunati per se stessi, ragion per cui se ne trovano così pochi e hanno la facoltà di scegliere i quando, e i dove. Va detto che trovano sempre un modo elegante di manifestarsi. Può darsi che quel fiorefoglia fosse simbolicamente destinato al personaggio protagonista del libro, per dargli coraggio; come un gentile tentativo per sviarlo dall’infelicità.
C’era poi una storia di Andersen -“Il bucaneve”- la preferita di una persona a me molto cara, che ha come protagonista un fiore che in una certa fase della sua esistenza viene lasciato tra le pagine di un libro, e a me quella sembrava essere una potente rilettura dei sentimenti depositati e messi in disparte, pronti ad essere chissà quando scoperti e vissuti anche da persone differenti.

A questo flusso di pensieri romantici posso aggiungere che:
La ragazza seduta davanti a me in treno sabato aveva un thermos trasparente con dentro un liquido verde e delle margherite immerse dentro chiuse a bozzolo -come pugni- a testa all’ingiù.

Che scrivendo a mano mi rendo conto di non saper più scrivere, o di aver cambiato scrittura, di aver sostituito progressivamente il corsivo con uno stampatello incomprensibile, e di aver modificato il modo di disegnare le lettere facendole nell’altro senso. Ma non ha senso!

Che è bello quando partono i treni e ci sei sopra.

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