Piano forte

Non è una storia buona, ma non è neanche una storia cattiva quella del bambino che stava sempre da solo.
Non era malinconico nè sereno, solo un pochino strano; perchè abituato a se stesso non aveva ancora imparato cosa significasse rapportarsi, condividere, nè tantomeno ferire. Non conosceva il dolore inflitto sugli altri, nè quello che qualcun altro poteva, consapevolmente o meno, infliggere su di lui. Non sapeva distinguere un sorriso gentile da uno sgarbo. Una carezza da una pietra che, cadendo, gli si conficcava nel piccolo ginocchio.
Non era triste perchè non conosceva la felicità. Non voleva bene a nessuno perchè non sapeva cosa significasse. Nessuno glielo aveva insegnato.

Non che fosse l’unico essere umano sulla terra, assolutamente no. Viveva in questa piccola cittadina di montagna di circa un centinaio di abitanti, e per sua sfortuna il suo arrivo in tale cittadina, accompagnato da suo padre, era coincisa con l’assoluto calo demografico, per cui non esistevano bambini della sua età nè tantomeno adulti dell’età in cui ne era fattibile il concepimento. In sostanza, era un paesino di vecchi. E se non proprio di vecchi, di adulti, ma nell’età in cui le differenze di sesso cadono inesorabilmente, per abbracciare le medesime ossessioni, e gli stessi difetti umani. I loro sentimenti erano divenuti corteccia, e loro stessi alberi con radici corte. Il che significa che avevano dimenticato da molto tempo cosa significasse essere bambini; e, naturalmente, si trattava di quel genere di persone che ritengono normale e giusto rivolgersi ai bambini come fossero già grandi. Il che, se perpetuato dalla nascita, si traduce in una particolare insensibilità verso la sensibiltà e l’esigenza di dolcezza; il che, alla lunga,si traduce in un’assenza dei sentimenti fondamentali necessari per amare ed essere amati.
Nell’infanzia del bambino, tutto ciò venne aggravato dall’assenza della figura materna. Come scriveva giustamente Hesse,” senza madre non si può vivere”, e non credo intendesse la vita di per sè. Piuttosto, quell’insegnamento istintivo che solo la presenza di una madre può dare; che da solo, può compensare ad anni privi d’affetto, ed è uno scudo contro corridoi solitari, lenzuola fredde, e paure senza nome.

Il padre del bambino era poi una roccia; un uomo interessante eppure distante. Impossibile da afferrare come le ciambelle di fumo che corpose uscivano dalla sua pipa. Devoto verso il figlio ma incapace dei gesti d’affetto più quotidiani. Un uomo con una propria visione dell’amore tesa e concreta, disturbata e infelice. Probabilmente perchè a sua volta, mancava di alcuni tasselli che sappiamo fondamentali per la traduzione di alcuni sentimenti, e per la loro espressione.

Il bambino solo si adattava facilmente a tutto questo, essendoci cresciuto. Ma, sempre a causa di questo, poco adatto com’era, incapace di muoversi con disinvoltura e tuttavia sensibile e pieno di desiderio di contatto, riusciva a rapportarsi con le piccole cose, si, ma solo con quelle morte.

Saltellava per i boschi e per le vie, e si riempiva la tasca di topi putridi, animaletti stecchiti con le zampine all’insù, carcasse di ragni, mute di serpenti. Si trovava davvero a suo agio con quelle creature prive di vita; non le temeva, anzi, provava verso di loro quell’affetto e quella dedizione che si prova verso le cose da cui non ti aspetti giudizio nè confronto; che nella vita vera si prova verso le persone da cui ricevi un affetto semplice, senza tensioni.
Ma sappiamo bene  come nell’esistenza del bambino fosse assente persino la conoscenza dell’esistenza di questo. Amava dunque, a suo modo, ogni signolo insetto trovato morto tra le assi del pavimento del soggiorno; ogni gatto fradicio abbandonato dalla cucciolata e morto di pioggia; ogni pollo sgozzato e pulcino stritolato. Lui, li amava.
Li amava perchè in loro compagnia  la sola vita che poteva considerarsi tale era la propria. Perchè su di essi poteva descrivere l’affetto e inventare la tenerezza. Imparò da solo ad essere delicato, che è il principio remoto di quello che poi col tempo si trasforma in rispetto.
Dai 5 ai 10 anni collezionò decine, che poi divennero centinaia, di creature defunte; con l’intento a suo modo di animarle, le arricchiva di dettagli innocenti, rovistando nella cassetta da falegnameria del padre. Decorava piccoli scarabei con spilli neri che diventavano così lucide antenne, come occhi sospesi; conficcava chiodi nelle ali degli uccelli immobilizzandoli in una posizione pseudo-vitale, dinamica; alternava pezzetti di farfalla con cocci di vetro di bottiglia, e li posizionava controluce. Fu così che la sua piccola cameretta si arricchì di tale notevole collezione di sculture, angoscianti e sinistre forse per un occhio esterno, ma appaganti e vive per il nostro piccolo, che compiva tali atti con la più benevola delle intenzioni, senza minimamente captarne l’aspetto oscuro. Il padre d’altra parte, che talvolta coglieva il figlio all’opera, lo lasciava fare preso com’era dalle proprie cose; possiamo dunque supporre che l’anima di lui fosse evaporata completamente seguendo gli anelli di fumo che così frequentamente uscivano dalla sua pipa.

Un giorno, mentre il piccolo osservava con ardore il suo più recente bottino, un branco di vermi probabilmente intossicato e un pò schiacciato  trovato in un campo di mais non troppo lontano da casa sua, nonchè la carcassa di quello che una volta doveva essere un coniglio o forse un gatto  probabilmente investito da un’auto, sentì sbattere violentemente alla propria finestra. Un colpo che era come un sasso. Curioso di capire, aprì la finestra, ma non vide nulla. In qualche libro, qualche volta, aveva letto che alcuni bambini usavano fare così per chiamare i propri amici, in segreto segretissimo. Non c’era però nessun bambino in strada; oltre al fatto che in un paese come quello un evento simile sarebbe stato di difficile realizzazione, il nostro piccolo non era granchè interessato agli altri bambini; ammesso che nella sua mente si fosse per davvero formata l’idea di “bambino” inteso come alterità.

Dovevano essere incredibilmente rumorosi, i bambini, e questo lo spingeva ad una saccenza fuori luogo per la sua età. Ad ogni modo sbirciò un pò qui e un pò là. Poi pensò che il rumore non era stato proprio un crash, anche perchè la finestra non si era rotta, quanto piuttosto un tud, il che voleva dire che era stata una cosa morbida ad urtare contro la finestra, ed ecco infatti, sotto, perpendicolarmente a sè, un piccolo uccellino giaceva sul selciato.
Eccitato, corse al piano inferiore con una piccola scatola di cartone tra le mani. Il pennuto era steso in terra chiuso come un bozzolo. Le ali stretta, gli occhi a fessura e il corpo tuttavia allungato. Sembrava un missile. E già il nostro bambino fantasticava pensando alla sua nuova creazione, per nulla dispianciuto del fatto che si fosse appena schiantato sulla sua finestra.  Un rosso acceso rendeva pulsante il petto dell’uccellino;può darsi si trattasse di un pettirosso, ma la verità è che non ne ho mai visto uno dal vivo, per cui non saprei riconoscerlo per davvero.
Lo portò in camera sua con la dedizione con cui si porta una reliquia. Tirò fuori dal cassetto la colla, i chiodi più belli, degli stecchetti di legno, e naturalmente spilli e forbici. Prese anche dellacarta velina colorata e qualche vetrino. Si prospettava una meraviglia.
Afferrò anche un piccolo pezzo di compensato, che poi sarebbe dovuto servire da base, dove  prontamente incollò le piccole zampette. Prese della colla e impiastricciò le ali e le unì con la carta, prestando attenzione a girare attorno alle penne primarie. Tra il rosso del petto incollò i vetrini colorati, già pensando alla posizione della stanza in cui collocarlo per valorizzare questa scelta. Era attento e concentratissimo. Infine prese i chiodi, con l’intenzione di fermare la piccola coda, e fare in modo che l’uccellino stesse in piedi da sè. Ma nel momento in cui puntò deciso il primo chiodo accadde qualcosa di inaspettato. Quello cominciò ad agirarsi, frenetico e spaventato, risvegliatosi dal lungo sonno. Con le piume incollate e dolenti, impazzito, cercò di liberarsi urlando di dolore, aprendo di molto tutto il becco e roteando come un forsennato la testa e tutto il corpo. Il bambino saltò indietro ed ebbe paura.

Non capiva e non sapeva cosa fare. Ancora aveva tra le mani i chiodi tutto tremante e li teneva stretti. Per la prima volta si sentì attraversato da sensazioni diverse, completamente nuove. Toccò allora le piume, sfiorando i vetrini, cercando di capire come aiutarlo, e veniva beccato con violenza, a colpi ripetuti. Sentiva sotto i palmi delle proprie mani tutta quella vita tremante e disperata. Avvertiva quell’angosciante senso di responsabilità e potere, ed era travolto dal dispiacere per l’impotenza dell’animale; eppure lo ripugnava quel pennuto deforme. All’improvviso prese allora i chiodi e finì di puntellargli la coda. Prese dello spago e gli avvolse il corpo, stretto. Gli sigillò gli occhi e continuò per ore in quella lotta folle. Ore dopo, ormai verso sera, l’uccellino era rigido e grottesco.

L’ultima luce del giorno gli faceva risplendere i vetrini come luccichini argentati.
E fu lì che il bambino pianse e pianse.
Pensò a se stesso da morto. Immaginò per se stesso una posizione ridicola, con un grande spillo appuntato sulla schiena, che lo attraversasse da parte a parte,ancorato al suolo. Eppure quella notte aveva fatto un sogno bello. Era un sogno di Volare.

boh

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