HIROSHIMA, un piccolo diario piccolo

Ebbene sì, è successo.  Son tornata da quasi una settimana, e forse devo ancora capire, come mai mi prende sempre male.

Mi prende male partire, organizzare tutto, fare i conti con la mia incapacità di preparare una valigia senza ripensamenti (o troppo o troppo poco), per la paura della lingua, dei voli, delle coincidenze, delle cose inaspettate; mi prende male stare in un posto i primissimi giorni, perchè è tutto nuovo e senza senso, perchè non ho ritmi solo miei e devo mangiare camminare dormire seguendo altre regole e sempre a contatto con altre persone anche quando ho i  pensieri e vorrei invece stare zitta e col naso all’insù; mi prende male tornare a casa, perchè alla fine, sì cacchio, ho visto un sacco di cose fighissime e sono stata benissimo e ho conosciuto bella gente e poi è meraviglioso sentirsi liberi delle non libertà accusate prima. E’ bello prendere l’aereo, è bello vedere le città, i campi, i fiumi minuscoli dall’alto, è bello scendere e camminare lungo i serpenti metallici e capire che sei sullo stesso mondo, solo più lontano, e che magari i tuoi genitori stanno pranzando dall’altra parte del pianeta a testa ingiù,

che ridere-.

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La più grande paura è stata arrivare a Tokyo e non capirci niente. Non un cartello singolo, nè una persona che parlasse inglese appena scesa dall’aereo. Mi sentivo come il protagonista de “L’Approdo” di Shaun Tan. Persa chissà dove, col telefono fuori uso e la valigia da ritirare, scoprire che non possedevo il linguaggio umano base, quello che ha le sue  radici nell’intuito.

Poi fortunatamente qualcuno che parlava inglese l’ho trovato, e più o meno ho capito, e finalmente ho fatto pipì. Dopodichè ho incontrato Milena, in compagnia di Kari, il ragazzo finlandese che sarebbe stata presenza costante per tutto il viaggio.

Chiaramente ero partita con un pò di febbre, una tendenza a non sentire i sapori e il mal di pancia. Si sa che sono molto fortunata nei viaggi.

Poi, Hiroshima. Non era proprio tra le mete pensate, nemmeno quando, ormai 13 anni fa, seguivo con accanimento serie di manga e  cartoni animati giapponesi.

Eppure, avevamo una proiezione a cui presenziare. Ufficialmente, io e Milena siamo state le più veloci a salire e discendere dal palco, al punto che molti hanno sostenuto di non essere nemmeno riusciti a scattarci una foto quando siamo dovute comparire davanti al pubblico, con Milena che in quella frazione di secondo sotto i riflettori, mi ha sussurrato “Andiamo, scendiamo presto!” Il nostro cortometraggio “MAMMA MIA”, di cui già ho parlato qui e lì sul blog, è stato proiettato proprio nella sessione del primo giorno, ad apertura del festival.  E’ stato molto emozionante, e basta.

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Poi d’accordo, abbiamo trascorso i giorni del festival a mangiare tanto (qui gli okonomiyaki di cui ho appuntato la ricetta sul taccuino) ottimi ma controtendenza rispetto alla nota sobrietà della cucina giapponese,DSCN8991

abbiamo bevuto una considerevole quantità di tè verde in bottiglia, provandone praticamente tutte le marche, sempre acquistando nel supermercato vicino all’hotel, il 7 eleven ormai nostro fido amico. Abbiamo fatto tante gite, sperimentato la grigliata giapponese, bevuto birra in compagnia di Bruno Bozzetto incontrato a sorpresa sul posto (qui l’immancabile scatto),
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siamo rimaste impressionate dai fili che legano assieme la città, così presenti, come una fitta maglia di tessuto,

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siamo state al museo della memoria di Hiroshima, che ci ha coinvolte con la serietà e l’oggettività delle sue informazioni -vero  manifesto di una società estremamente lucida che non risparmia nessuno-,  siamo state in gita alla ricerca di un mercatino sperduto in cui ho comprato un kimono da uomo, invernale, al prezzo di 500 yen, abbiamo mangiato del sushi da mercato, salutato il fiume, accarezzato cerbiatti,
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abbiamo visto posti piccoli e meravigliosi, e giardini curati con lo stesso amore con cui si tiene pulita la propria casa o si prepara il bento per la persona a cui si vuole bene,

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abbiamo conosciuto persone incredibili e suonato e cantato in italiano e in russo. Un nome tra tutti: Otis. Non abbiamo ancora capito se fosse proprio il nome del proprietario oppure se solo quello del locale, comunque ci siamo finite la prima volta casualmente e poi tutte le sere. E’ un posto che risucchia animatori e musicisti e che abbiamo scoperto essere la seconda casa dei partecipanti al festival.DSCN9088

Tornando al festival …. la selezione era di altissima qualità.  Ero praticamente d’accordo con quasi tutti i premiati, e le cose che mi piacevano di più hanno ottenuto tutte un riconoscimento. Cosa che devo dire, mi capita raramente. Ecco qui uno scatto con quasi tutto il gruppo. Poter riconoscere  gran parte delle facce sorridenti in questa foto, fa sorridere anche me. Sono andata via da Hiroshima con una strana energia che mi stringeva il cuore.

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Infine, Kyoto. Un’ultima giornata o poco più romanticamente condivisa con Milena, girando follemente per la città con la bici -l’unico modo per provare a fare un tour in cui riuscissimo a vedere qualcosa, è immensa-, mangiando sushi e tempura, e dormendo finalmente sul futon.  
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Ho fatto pochissime foto, un pò per la qualità bassa della mia fotocamera, un pò per gestirmi la batteria della stessa nell’arco di tutta la vacanza, un pò perchè effettivamente non sono abituata.

Dicevo all’inizio, che di ritorno da una viaggio non faccio che pensare che vorrei ancora stare a spasso, e girare, cazzeggiare, giocare e soprattutto

guardare

guardare

guardare

le cose.

Guardarle talmente tanto che non c’è bisogno nemmeno di disegnarle.

uoah

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